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Il mondo della regata ad alto livello va a gonfie vele anche senza l’Italia

   01.06.2011 – Nautica n.590 – di Stefano Beltrando
L’Italia è ufficialmente tagliata fuori dalla vela professionistica mondiale, non c’è infatti alcun team italiano nelle principali regate mondiali che sono inequivocabilmente : Coppa America, Volvo Ocean Race, Vendee Globe e Barcelona world race. Per quanto riguarda i 15 team formalmente iscritti alla prossima coppa america, basti pensare che per essere pronti ai vari act preparatori è necessario iniziare a costruire nell’estate di quest anno e di conseguenza progettare la barca adesso, tutte cose che nessuno sta facendo ad eccezione di Oracle, Artemis e TNZL. La cosa più incredibile è come la Spagna che fino a 10 anni fa era indietro anni luce rispetto a noi nell’attività velica d’altura abbia potuto diventare un punto di riferimento mondiale per la vela. Oltre alle due ultime edizioni della coppa america, la Spagna è la partenza e l’arrivo della Barcelona World, la partenza della Volvo , il punto base del team Artemis, vi sono un cantiere di barche da regata che lavora a pieno regime, due cantieri costruttori di alberi ed il principale costruttore di sartie in tessile. Se persino l’unico team italiano a competere nel TP52, ovvero Azzurra, vara la barca a Valencia! La risposta che in Italia non ci sono mecenati o sponsor pronti ad investire è troppo semplice e comunque non sarebbe corretta. Infatti in Spagna tutta questa ricchezza di sponsor non esiste per eccesso di denaro ma per una precisa e mirata legge statale che defiscalizza le sponsorizzazioni delle aziende spagnole alla regate in questione., Risultato: un sacco di barche, velisti nuovi e bravi che si trovano ad avere un chance sul piano mondiale, un sacco di operatori che lavorano e la centralizzazione europea dell’attività velica che conta con una notevole ricaduta turistica. Mica stupidi gli spagnoli! Come QI composites siamo stati coinvolti nella Barcelona world race ed adesso nella Volvo Ocean Race, in questa veste siamo responsabili dei controlli non distruttivi sulle imbarcazioni per tutti i team iscritti e questo ci permette una visione completa e chiara di quali siano le necessità e le ragioni del successo dei team in gioco. Si può riassumere il tutto in una parola : serietà. Sono finiti i tempi in cui la costruzione di una barca era lasciata all’inventiva del cantiere ed il velista arrivava all’ultimo momento saltava a bordo e partiva per la regata. Adesso si è arrivati all’ottimizzazione maniacale delle risorse disponibili, ciascun membro dell’equipaggio deve portare 2 anni prima della regata tutto il suo bagaglio tecnico, contribuire allo sviluppo e progettazione di vele, scafo, attrezzature ed elettronica. La regata diventa la fase finale di una lunga messa a punto ed i giochi sono fatti al 70% al giorno del varo. Poi ogni team, ogni nazione mette in atto la sua caratteristica peculiare che la contraddistingue ma ciò che accomuna tutti quanti è l’assoluta assenza democrazia tra i membri. Mi sorprende sempre vedere velisti che hanno vinto olimpiadi, mondiali match race o coppa america che alle 6 del mattino sono a strofinare la barca con la spazzola perché è il loro turno di pulizia. Quante volte invece nei porti nostrani ho visto velisti che in qualità di “professionisti” lasciavano che il lavaggio della barca fosse svolto dal “marinaio” . Questa è la differenza…..dedizione umile e totale alla causa contro spocchia e vanità. Per fortuna c’è qualche progetto interessante in corso anche in Italia, il più interessante dei quali a mio avviso, è quello del lake racer risultato tutto italiano; dall’armatore al cantiere Galetti fino al management di Trimarine. Si tratta della prima vera novità italiana sul teatro dei laghi del nord, in cui non si vedeva più un’idea nuova dai tempi del clandesteam. Un rivoluzionario libera del Garda con canting keel montata su di un anello in grado di arrivare a tirare il bulbo fuori dall’acqua. Vederla è impressionante è l’insieme di tutte innovazioni sviluppate nel tempo per far camminare i monoscafi, da canting keel rivoluzionaria a terrazze, canard, e scafo a canoa. La prossima edizione della 100miglia ci dirà se l’idea è buona oppure no, sta di fatto che di armatori così ce ne vorrebbero a iosa visto che permettono lo sviluppo di progetti che alimentano la passione della vela in tutti noi. il 42′ del lago di Garda è stato disegnato da Jo Richards, lo stesso del Full Pelt, la barca inglese che aveva vinto la Centomiglia un paio di anni fa. Costruzione Cantiere Galetti. Albero in carbonio di Lievi. Lunghezza 12.70 m e larghezza 4.50 m (terrazze escluse). Peso circa 2800 kg. Costruttivamente la barca è in prepreg con anima in Nomex e pelli in carbonio. Ha la chiglia basculante a oltre 90° con l’idea che si navighi, non appena c’è vento medio-leggero, con lama di deriva e bulbo fuori dall’acqua. Ha un sistema di movimentazione idraulico Oltre a ciò la barca ha, come molti altri progetti di Jo Richards, il timone con una grande ala trasversale; il timone è montato sullo specchio di poppa e si può variare la sua inclinazione rispetto allo specchio di poppa grazie a un sistema a paranco e cerniera, in maniera da cambiare l’angolo d’incidenza di questa grande ala e quindi contribuire alla regolazione dell’assetto longitudinale della barca. Al contrario due dei progetti più gettonati del lago di Ginevra sono dei mezzi insuccessi, dal 18′ fatto con i tubi di carbonio e navigante sui folis (MIRABAUD) al catamarano sempre sui foils SYZ&Co, la voglia di stupire questa volta ha sbattuto contro la realtà impietosa nonostante i budget notevoli, infatto il 18′ ha fatto 24 nodi di velocità massima cioè come un medio catamarano di produzione ed il catamarano volante è talmente carico di idraulica che vola ben poco. Un’altra sorpresa arriva dalla nuova Zelanda in cui durante una giornata di allenamento sugli AC45 con tanto di ala rigida, un team si è visto sorpassare da un solitario navigatore del vero gioiello in circolazione ovvero il Flying moth. Questo barchino di 25 kg volando sul suo paio di foils sorpassava impunemente e senza sforzo l’ultimo gioiello dei multiscafi dal costo di 500.000 euro. Non male, giusto a dire che per quanto credi di andare veloce ce ne sarà comunque sempre uno che va di più e con meno sforzo. In Francia/Svizzera sembra che si stia materializzando il sogno di Steve Ravussin, il multiscafone monotipo erede degli ORMA 60. Pare infatti che vi siano davvero 5 barche già ordinate e posso dire che sono un vero gioiello, essendo stato sulla prima unità varata in aprile. L’obiettivo è quello di fare regate transoceaniche e grand prix con una barca dalle alte prestazioni ed uguale per tutti. Gli scafi ricordano i moderni catamarani con prue wave piercer, piano velico ed attrezzature più gestibili dei mostri tipo banque populaire e groupama 3 ma sicuramente veloci e si spera dai costi di manutenzione contenuti. Ad oggi la prima imbarcazione va proprio a Ravussin, poi sarà la volta di Jourdain, Dejuaioux, Gitana….e chissà.
Pubblicato in Rassegna Stampa
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